Arte e Cultura

L’Orecchio di Dionisio: l’Eco di Siracusa

Sembra incredibile, ma il nostro passato, di quando eravamo ausoni, elimi, siculi e sicani, così lontano dalla nostra realtà, resiste ancora in mezzo a noi.
Il “documento” che lo testimonia è la FESTA RELIGIOSA: contenitore di simboli, gesti e valenze arcaiche, su cui la storia ha ancora molto da raccontare.
E’ quanto ci rivela l’avvincente lavoro di ricerca etnoantropologica del Prof.CLAUDIO PATERNA nel suo ultimo libro.

Molto prima dei Greci, arrivarono da noi le popolazioni dei dolmen (tombe) e dei megaliti(enormi sculture rocciose) che avevano colonizzato tutto Mediterraneo e in tutto il Mediterraneo portarono il mito della Grande Madre. Possedevano una loro scrittura fatta di segni che si rifacevano alla grafia greca, ma che aveva accenti correlati al sanscrito. Ciò dimostra che nel bacino del Mediterraneo c’era una cultura che aveva avuto contatti con le popolazioni dell’India (ne sono testimonianza le invocazioni scritte dei vasi funebri, i ricami e le immagini nei “panuzzi” di San Giuseppe).

Attecchì in Sicilia il mito della Grande Madre, che in seguito si trasformò nel mito di Kore e Demetra, dea delle messi (originaria probabilmente dall’India) che dava agli uomini interi anni di florido raccolto, ma che si adirò scatenando intramontabili inverni sulla terra, allorquando il dio Ade rapì sua figlia Kore, portandola negli inferi attraverso il lago Pergusa.
Con l’intervento di Zeus si stabilì che Kore dovesse rimanere nell’oltretomba solo sei mesi all’anno e gli altri sei mesi passarli con la genitrice. Appena sua figlia ritornava, Demetra rifioriva ed insieme a lei rifioriva tutta la terra (E’ il mito della nascita delle stagioni. Con i Romani, le due dee si chiamarono Proserpina e Cerere).

Ebbene, nelle segrete del castello angioino di Sperlinga, nei pressi di Palazzolo Acreide, esiste un altare circolare ed un ambiente con dodici nicchie scavate nella roccia, da cui si stagliano dodici imponenti altorilievi risalenti al III sec. a.C.. Un raggio di sole li illumina entrando dall’alto: “ I SANTUNA”. Così vengono chiamati dalla gente del posto che li conosce e li venera dalla notte dei tempi.

Sembra che si tratti di un tempio miceneo dedicato alla Dea Madre “Demetra”.
Da generazione in generazione, questi altorilievi sono passati gradualmente e senza traumi, ci dice il prof. C. Paterna, dalla posizione di immagini della Dea Demetra a quella di Santi cristiani: appunto I SANTUNA ( Grandi Santi).
Pellegrinaggi, doni floreali, preghiere li accompagnano da millenni!

Ad Enna il 2 luglio si festeggia la Madonna della Visitazione. Sembra un rito cristiano, peccato che questa festa coincida con la fine della raccolta delle messi e che la Madonna venga chiamata “Diva Ennese”. Come pure che in quei pressi esista una grotta che porta ancora il nome di “Dia Cerere Arsa”.

Ma la Sicilia vanta parecchi posti dove emerge una religiosità tutta al femminile: a Trapani nel mese di Agosto, si fa la “quindicina”alla Madonna. Per 15 gg, numerosi stuoli di donne si recano giornalmente al Santuario dell’Annunziata, in pellegrinaggio.
In questa città, in passato si venerava particolarmente S. Anna, protettrice delle partorienti, e diverse erano le immagini che la rappresentavano insieme alla figlia Maria. Ci ricorda qualcosa?

A Catania si inneggia S.Agata e a Palermo S.Rosalia con una profonda e completa partecipazione di popolo.

A Marsala, nel trapanese, esiste ancora dentro una grotta il Pozzo della Sibilla (menzionato anche da Diodoro già nel 409 a.c.), dall’acqua miracolosa: chi la beveva diventava un indovino e gli ammalati che vi si immergevano guarivano.
Sopra la grotta fu edificata nel 1576 una chiesetta dedicata non a caso a San Giovanni Battista.
La Sibilla e S. Giovanni, infatti, sono considerati profeti in ugual modo, la prima come sacerdotessa di Apollo, il secondo nel nome di Cristo. Per tutti e due l`acqua assume un significato sacro: con essa la Sibilla dà la conoscenza del futuro, S.Giovanni dà la conoscenza di Dio grazie al battesimo.

Ebbene, la notte del 23 giugno si può assistere ad un rito pagano adottato dai cristiani: si scende in coro nel Pozzo, in cui insistono da un lato la statua del Santo (dove forse era l’ara di Apollo) e dall’altro una nicchia dove, si dice, sia stata sepolta la Sibilla. La gente si ferma prima davanti alla statua del Santo e fa il segno della croce, poi mette la mano sulla nicchia della Sibilla ed esprime un desiderio, gettando le monetine nel pozzo.
Si dice che la sosta davanti alla nicchia della Sibilla sia pù lunga dell`altra!

Per non parlare della grande riverenza con cui venivano trattati i morti, nella civiltà micenea!
I riti funebri erano molto articolati, duravano diversi giorni, in cui venivano portati viveri ai parenti del defunto e il lutto era vissuto insieme a tutta la comunità.
Ancora oggi, in Sicilia, il lutto dura 9 giorni, i parenti del morto non vengono lasciati soli e ad essi si offrono cibi caldi e sostegno morale.
Non a caso la Sicilia è l’unica regione italiana in cui esiste la festa dei morti: all’alba del 2 novembre, i bambini vengono svegliati per cercare i regali portati loro dai parenti morti, i quali(a detta dei genitori) si divertono a nasconderli in casa.
E’ un bellissimo modo di percepire la morte per un bimbo: attraverso un dono!

Senza contare le testimonianze architettoniche, soprattutto nella parte orientale dell’Isola: Monte Bubbonia (Gela), Butera , Avola e Cava Lazzaro (SR), Cava dei Servi (RG), ma anche nella parte occidentale a Sciacca (AG) e a Mura Pregne (PA), e soprattutto su un altopiano situato un po’ a nord dell’Etna, tra i Nebrodi e i Peloritani: l’Argimusco nel territorio di Montalbano Elicona (ME), dove sono ancora visibili gli imponenti resti di un sito megalitico, che non ha niente da invidiare alla famosissima Stonehenge in Inghilterra.

All’ombra dei dolmen, dei menhir e dei megaliti, ordinatamente allineati con gli astri, con il vulcano Etna e con le Isole Eolie, venivano celebrati riti di fecondità; si studiavano gli astri, i cicli delle stagioni e si determinavano i solstizi e gli equinozi attraverso i raggi solari.
Anche qua ritorna il culto della Dea Madre con il grande megalite della Dea Orante.
E poi ancora il megalite della Grande Aquila, il Grande Teschio ed i maestosi Menhirmaschile e femminile, simboli di fertilità che ci portano indietro in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo.

Poca attenzione è stata data, finora, alla cultura megalitica che ha attecchito in Sicilia. Ma questa viene fuori preponderante con i suoi simboli e i suoi riti, la sua scrittura e la sua architettura ed è qui in casa nostra: ci chiede soltanto di non perderne la memoria!

Megalite della Grande Aquila

Sembra incredibile, ma il nostro passato, di quando eravamo ausoni, elimi, siculi e sicani, così lontano dalla nostra realtà, resiste ancora in mezzo a noi.
Il “documento” che lo testimonia è la FESTA RELIGIOSA: contenitore di simboli, gesti e valenze arcaiche, su cui la storia ha ancora molto da raccontare.
E’ quanto ci rivela l’avvincente lavoro di ricerca etnoantropologica del Prof.CLAUDIO PATERNA nel suo ultimo libro.

Molto prima dei Greci, arrivarono da noi le popolazioni dei dolmen (tombe) e dei megaliti(enormi sculture rocciose) che avevano colonizzato tutto Mediterraneo e in tutto il Mediterraneo portarono il mito della Grande Madre. Possedevano una loro scrittura fatta di segni che si rifacevano alla grafia greca, ma che aveva accenti correlati al sanscrito. Ciò dimostra che nel bacino del Mediterraneo c’era una cultura che aveva avuto contatti con le popolazioni dell’India (ne sono testimonianza le invocazioni scritte dei vasi funebri, i ricami e le immagini nei “panuzzi” di San Giuseppe).

Attecchì in Sicilia il mito della Grande Madre, che in seguito si trasformò nel mito di Kore e Demetra, dea delle messi (originaria probabilmente dall’India) che dava agli uomini interi anni di florido raccolto, ma che si adirò scatenando intramontabili inverni sulla terra, allorquando il dio Ade rapì sua figlia Kore, portandola negli inferi attraverso il lago Pergusa.
Con l’intervento di Zeus si stabilì che Kore dovesse rimanere nell’oltretomba solo sei mesi all’anno e gli altri sei mesi passarli con la genitrice. Appena sua figlia ritornava, Demetra rifioriva ed insieme a lei rifioriva tutta la terra (E’ il mito della nascita delle stagioni. Con i Romani, le due dee si chiamarono Proserpina e Cerere).

Ebbene, nelle segrete del castello angioino di Sperlinga, nei pressi di Palazzolo Acreide, esiste un altare circolare ed un ambiente con dodici nicchie scavate nella roccia, da cui si stagliano dodici imponenti altorilievi risalenti al III sec. a.C.. Un raggio di sole li illumina entrando dall’alto: “ I SANTUNA”. Così vengono chiamati dalla gente del posto che li conosce e li venera dalla notte dei tempi.

Sembra che si tratti di un tempio miceneo dedicato alla Dea Madre “Demetra”.
Da generazione in generazione, questi altorilievi sono passati gradualmente e senza traumi, ci dice il prof. C. Paterna, dalla posizione di immagini della Dea Demetra a quella di Santi cristiani: appunto I SANTUNA ( Grandi Santi).
Pellegrinaggi, doni floreali, preghiere li accompagnano da millenni!

Ad Enna il 2 luglio si festeggia la Madonna della Visitazione. Sembra un rito cristiano, peccato che questa festa coincida con la fine della raccolta delle messi e che la Madonna venga chiamata “Diva Ennese”. Come pure che in quei pressi esista una grotta che porta ancora il nome di “Dia Cerere Arsa”.

Ma la Sicilia vanta parecchi posti dove emerge una religiosità tutta al femminile: a Trapani nel mese di Agosto, si fa la “quindicina”alla Madonna. Per 15 gg, numerosi stuoli di donne si recano giornalmente al Santuario dell’Annunziata, in pellegrinaggio.
In questa città, in passato si venerava particolarmente S. Anna, protettrice delle partorienti, e diverse erano le immagini che la rappresentavano insieme alla figlia Maria. Ci ricorda qualcosa?

A Catania si inneggia S.Agata e a Palermo S.Rosalia con una profonda e completa partecipazione di popolo.

A Marsala, nel trapanese, esiste ancora dentro una grotta il Pozzo della Sibilla (menzionato anche da Diodoro già nel 409 a.c.), dall’acqua miracolosa: chi la beveva diventava un indovino e gli ammalati che vi si immergevano guarivano.
Sopra la grotta fu edificata nel 1576 una chiesetta dedicata non a caso a San Giovanni Battista.
La Sibilla e S. Giovanni, infatti, sono considerati profeti in ugual modo, la prima come sacerdotessa di Apollo, il secondo nel nome di Cristo. Per tutti e due l`acqua assume un significato sacro: con essa la Sibilla dà la conoscenza del futuro, S.Giovanni dà la conoscenza di Dio grazie al battesimo.

Ebbene, la notte del 23 giugno si può assistere ad un rito pagano adottato dai cristiani: si scende in coro nel Pozzo, in cui insistono da un lato la statua del Santo (dove forse era l’ara di Apollo) e dall’altro una nicchia dove, si dice, sia stata sepolta la Sibilla. La gente si ferma prima davanti alla statua del Santo e fa il segno della croce, poi mette la mano sulla nicchia della Sibilla ed esprime un desiderio, gettando le monetine nel pozzo.
Si dice che la sosta davanti alla nicchia della Sibilla sia pù lunga dell`altra!

Per non parlare della grande riverenza con cui venivano trattati i morti, nella civiltà micenea!
I riti funebri erano molto articolati, duravano diversi giorni, in cui venivano portati viveri ai parenti del defunto e il lutto era vissuto insieme a tutta la comunità.
Ancora oggi, in Sicilia, il lutto dura 9 giorni, i parenti del morto non vengono lasciati soli e ad essi si offrono cibi caldi e sostegno morale.
Non a caso la Sicilia è l’unica regione italiana in cui esiste la festa dei morti: all’alba del 2 novembre, i bambini vengono svegliati per cercare i regali portati loro dai parenti morti, i quali(a detta dei genitori) si divertono a nasconderli in casa.
E’ un bellissimo modo di percepire la morte per un bimbo: attraverso un dono!

Senza contare le testimonianze architettoniche, soprattutto nella parte orientale dell’Isola: Monte Bubbonia (Gela), Butera , Avola e Cava Lazzaro (SR), Cava dei Servi (RG), ma anche nella parte occidentale a Sciacca (AG) e a Mura Pregne (PA), e soprattutto su un altopiano situato un po’ a nord dell’Etna, tra i Nebrodi e i Peloritani: l’Argimusco nel territorio di Montalbano Elicona (ME), dove sono ancora visibili gli imponenti resti di un sito megalitico, che non ha niente da invidiare alla famosissima Stonehenge in Inghilterra.

All’ombra dei dolmen, dei menhir e dei megaliti, ordinatamente allineati con gli astri, con il vulcano Etna e con le Isole Eolie, venivano celebrati riti di fecondità; si studiavano gli astri, i cicli delle stagioni e si determinavano i solstizi e gli equinozi attraverso i raggi solari.
Anche qua ritorna il culto della Dea Madre con il grande megalite della Dea Orante.
E poi ancora il megalite della Grande Aquila, il Grande Teschio ed i maestosi Menhirmaschile e femminile, simboli di fertilità che ci portano indietro in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo.

Poca attenzione è stata data, finora, alla cultura megalitica che ha attecchito in Sicilia. Ma questa viene fuori preponderante con i suoi simboli e i suoi riti, la sua scrittura e la sua architettura ed è qui in casa nostra: ci chiede soltanto di non perderne la memoria!

Memorie Siberiane

Ben presto mi accorsi che la sua presenza cominciava a provocare in me un ineffabile disagio. Un senso di smarrimento che solo dopo le prime scorribande mi si rivelò in tutta la sua complessa semplicità. Era l’immediatezza del rapporto che Emilio riusciva ad avere con quel mondo così lontano da noi, che io m’illudevo di portar via con me per il fatto stesso di ritrarlo. Era quello che mi disorientava. Ma era una lotta impari. Io mi affaticavo a guardarmi intorno fiutando l’immagine da conquistare, mi muovevo continuamente, cambiavo obiettivo, corpo macchina, pellicola, inquadratura, in base a quanto si presentava ai miei occhi mentre mi spostavo, entrando e uscendo dalle case incredibilmente tutte uguali di quella cittadina quasi metafisica la cui vita cercavo di fotografare. Invece Tadini guardava soltanto. Ma il suo sguardo mi sembrava ancora più implacabile di una macchina fotografica. Avevo la sensazione, insomma, che stesse fotografando più lui di me. Che stesse fissando la vita di quella gente su una pellicola più sensibile e duratura della mia. Inoltre mi colpiva che non si limitasse soltanto a contemplarlo quel mondo, lui andava oltre, cercava di farne parte. Non so, entravamo nel bar della stazione ferroviaria dove notavamo un uomo seduto in un angolo intento a mangiare uno strano pesce secco. Io rapidamente lo fotografavo, Emilio Tadini invece lo fissava pensieroso per qualche istante, poi si guardava intorno, scopriva dove vendevano quei pesci a noi sconosciuti, ne andava a comprare uno e cominciava a mangiarlo.Ecco, io fotografavo una scena di vita quotidiana, lui non si limitava a fissarla nella sua memoria, cercava, sia pure per un momento, di esserne parte.

Mesi dopo tornammo in quegli stessi luoghi nella stagione delle notti bianche. Andavamo in giro per la città sino alle quattro del mattino sotto un cielo illuminato da tramonti infiniti. La città siberiana ci appariva ancora più spettrale. E dinanzi all’orizzonte sconfinato e misterioso della tundra una mattina Emilio Tadini esclamò: «È l’ora del pane. Cerchiamo un forno. Andiamo a mangiare il pane caldo!». Ma fu quando d’inverno eravamo andati in elicottero oltre il Circolo Polare Artico, tra gli insediamenti dei nomadi cacciatori di renne, che colsi in Tadini la luce di una speciale folgorazione. Quegli uomini si ostinavano a vivere nelle stesse condizioni in cui si poteva vivere secoli fa, rifiutando ogni privilegio tecnologico. Ovviamente li fotografai come meglio potevo, ma intanto Emilio stava insieme a loro, dentro le loro capanne, beveva quello che bevevano loro, negli stessi improbabili bicchieri in cui bevevano loro, mangiava il pesce crudo come lo preparavano loro, indossava i loro indumenti, riusciva persino a comunicare con loro, chissà in quale lingua misteriosa. Fissava nella sua memoria i volti di quegli esseri umani fuori dal tempo in un modo più profondo, incisivo e realistico della fotografia stessa.

Questo mi colpiva di Emilio Tadini. Sembrava quasi un’involontaria competizione nella quale io ero fatalmente il perdente. E il mestiere di fotografo che avevo imparato per così lunghi anni e di cui andavo fiero, improvvisamente mi appariva inadeguato e inutile. La semplicità dello sguardo di Emilio, la sua coscienza dell’impossibilità che l’immagine possa sostituirsi al reale, il suo voler conoscere il mondo vivendolo e non soltanto conservandone illusorie riproduzioni, era la supremazia della poesia e della filosofia sulla fotografia. Ecco perché quel viaggio al suo fianco fu per me una grande lezione di vita. Molto significativo fu il momento del nostro congedo da quell’accampamento di nomadi. Ci dirigevamo verso l’elicottero inseguiti da quella povera gente e dal loro capo, il più vecchio della tribù, che non aveva mai smesso di puntare i miei stivali di gomma lunghi sino a metà busto. E mentre ci salutavano come fossimo marziani sul punto di tornare al loro lontano pianeta, Emilio mi disse: «Giuseppe regalaglieli!». Io sfilai la corazza che nel corso dell’intero viaggio mi aveva protetto dall’umidità e la diedi al vecchio capo che mi abbracciò e in cambio mi regalò un paio di corna di renna che il giorno dopo mi sarebbe stato sequestrato dalla polizia all’aeroporto di Mosca. L’episodio divertì molto Emilio, ma in quella circostanza il suo sorriso mi sembrò diverso da quello al quale mi ero abituato. Era come sovrastato dalla premonizione di come la distanza nello spazio e nel tempo avrebbe trasformato la nostra memoria dell’esperienza appena vissuta. La distanza, uno dei temi più cari di Tadini. La stessa distanza che ci separa da lui.

Scroll to top
ItalyEnglish